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L’uomo neolitico giunto sulle isole fu un navigatore più temerario di quanto si pensi. Questi uomini vivevano in capanne ricoperte d’argilla, con pavimenti più bassi rispetto al livello del suolo con focolare all’uscita ed a volte posto al centro dlla stessa capanna; non curava molto la pulizia della casa e lasciava nei dintorni molti materiali di scarto e rinchiudeva gli animali, dopo averli addomesticati, nel recinto delle capanne. Nel Neolitico il cane non era ancora domestico e strani erano i riti della fertilità e macabre le usanze funerarie. Le capanne neolitiche del Tavoliere e quelle del nostro Arcipelago sono contemporanee alla civiltà delle piramidi d’Egitto ed ai palazzi ed ai templi della Mesopotamia. I nostri neolitici devono essere considerati come gli antenati della forte stirpe di pescatori e contadini che avrebbero costituito in seguito la colonna dorsale della “gente italica”. A Tremiti furono occupate tutte le piane abitabili delle isole; vari, infatti, furono gli insediamenti e certamente un cospicuo gruppo di famiglie costituivano le comunità. E’ molto probabile che il primo gruppo si sia fermato a San Domino e che le altre isole fossero state occupate dopo da altri gruppi più giovani. Dal materiale archeologico recuperato a Caprara la comunità su quest’isola non doveva essere molto vasta, anche se è certo che gli arnioni di selce venivano recuperati soltanto a Cala del Sorrentino e trasferiti nelle altre isole vicine per essere lavorati. Soltanto a San Domino estiste ancor’oggi una vastisssima zona con enormi quantità di scaglie litiche di lavorazione, resti delle varie officine. Poche sono le scaglie sparse su San Nicola; poche, ma interessanti sono quelle recuperate a Caprara; mentre al Cretaccio si trovano utensili litici e di ossidiane, ma non si trovano zone di lavorazione. Così, solo a San Domino, pare vi fosse una vera comunità operante, quella stessa che ha costruito il villagio neolitico di Prato Don Michele. Queste zone ancor’oggi offrono ai ricercatori l’occasione di rivivere nel tempo attraverso visibilisseme strutture in pietra, materiali carbonizzati, incastellature di focolari, ceramiche lisce ed impresse le irripetibili atmosfere di 6.000 anni fa. L’insediamento a capanne, una quindicina, tutte con focolare, occupava le falde del Colle dell’Eremita, tutta la piana che scende all’attuale paese la piana dei Fanelli, quasi fino a Cala di Tramontana ed a Cala degli Inglesi. L’intera comunità poteva essere costituita da quasi un centinaio di individui estremamente fattivi, ma sopratutto pacifici. Le capanne erano costituite da pali infissi nel terreno ed avevano forma “mesenterica” cioè a forma di fagiolo, con i tetti fatti con tronchi incrociati e sopra ricoperti di pelli. Tutt’intorno le capanne avevano grosse pietre che fermavano il bordo inferiore e spesso con il loro peso fermavano le pelli al terreno. L’interno delle capanne era diviso da cannicciate in vari ambienti: quelli di giorno e quelli per la notte. La costruzione delle capanne, i contenuti dei focolari, i resti dei pasti ci dicono che l’uomo dell’età della pietra era effettivamente dipendente dalle materie prime più accessibili, non esitava neppure ad occupare territori non proprio ospitali. Spesso i focolari, posti all’imboccatura delle capanne erano rivestiti di pietre piatte che dovevano rafforzare o isolare il fondo. Tanti erano i ciottoli sparsi tutt’intorno, pietre queste dette da “riscaldamento”, queste ultime servivano per arrostire le carni; ancor’oggi questo materiale litico è facilmente visibile nell’insediamento neolitico tremitese. |