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l rinvenimento di utensili grandi e piccoli, nuclei, scaglie di lavorazione di questo materiale nero, lucido, brillante e vetroso, mi ha suggerito una lunga ed interessante ricerca fatta negli anni '80. Le fonti di osiidiana del Mediterraneo e del Medio Oriente durante l'epoca neolitica comprendevano zone vulcaniche con due località anatoliche, Acigol, Ciftlik e molti luoghi dell'antica Armenia, fra cui Bingol nella Turchia orientale e Nemrut Dag, vicino al lago Van. Altre fonti erano localizzate in Sardegna al Nuraghe Orruviu, nelle isole di Pantelleria, Lipari e Palmarola, altre nelle isole greche di Melos e Gyali nel mare Egeo. Molti residui o scarti di lavorazione della roccia vulcanica nera e brillante, venivano sfaldati con le stesse tecniche di lavorazione della selce. 1) Sfaldatura di un nucleo con percussione diretta su un solido appoggio. 2) Sfaldatura di un nucleo tenuto saldamente in mano per una lavorazione più accurata. 3) Sfaldatura del nucleo tenuto in mano, con l'aiuto di un panno di cuoio, con un ritoccatoio di legno, d'osso, oppure di corno. In fine con la tecnica di ritocco a pressione di una microlama immanicata. Fortunata, fruttuosa e ricca è stata la mia ricerca; ho lavorato con la precisa idea che, solo esaminando in laboratorio questo materiale avremmo potuto chiarire i vari interrogativi. Molti ricercatori per tanti anni si sono affidati al metodo di valutazione comparativo con risultati spesso discutibili, con il prof. Walter Ciusa dell'Università di Bologna e con il prof. Mario Giaccio dell'Università di Pescara, merceologi di chiara fama, abbiamo pensato di eseguire sui miei reperti di tutte le fonti mediterranee, un'analisi chimica più moderna allo spettrofotometro per assorbimento atomico senza fiamma. I campioni d'ossidiana avrebbero mostrato differenze ben definite attraverso gli oligo elementi presenti in tracce di boro, bario e zirconio. Si scoprì, così, che queste materie indicavano chiaramente le zone geografiche di provenienza dei campioni. I reperti di lipari mostrano tutti lo stesso rapporto tra loro, bario e zirconio; quelli di Melos si differenziano per questi elementi; quelli di Sardegna e di Pantelleria si distinguono tra loro; i campioni di Palmarola e quelli di Lipari si differenziano per la presenza del cesio più alto a Palmarola. In questa ultima località, poi, l'ossidiana aveva colate di piccole dimensioni che non dava modo di ricavare utensili di svariate dimensioni come, invece, capitava a Lipari. Le ricerche spettrofotometriche sulle ossidiane, trovate da me alle Tremiti, studiate per la prima volta nei laboratori universitari, immettono le isole dell'arcipelago tremitese nel circuito degli studi specifici su tutte le fonti e le località che possedevano questa interessante pietra vetrosa vulcanica. La ricerca è stata pubblicata sulla Rivista di Merceologia volume 19 - fas 1 - Gen. Mar. 1980, edito dalla Cooperativa Libraria Universitaria di Bologna. I 98 reperti di ossidiana trovata da me, su tutte le isole Tremiti, provenivano dal materiale commerciato da Lipari, attraverso la Campania, il Passo d'Ariano Irpino, gli insediamenti neolitici di Lucera ed in fine le capanne di Camarata a nord del Gargano, a 12 miglia di mare dalle Tremiti. Questi scambi di rudimentale commercio dettero ai primi abitanti delle nostre isole, notevoli impulsi per l'evoluzione mentale e maggiori orizzonti per la cultura del tempo. |