ISOLE TREMITI - Il braccio di un bambolotto, un libro per ragazzi dedicato a Cristoforo Colombo, l’antidolorifico con scadenza 1986. Nelle stanze del faro dell’isola di San Domino, alle Tremiti, è come se il tempo fosse ancora fermo a quell’8 novembre del 1987 quando l’esplosione di una bomba sconvolse Punta del Diavolo e la pace autunnale delle Diomedee.
Sono passati quasi 23 anni e nessuno ha ancora potuto metterci mano. Al massimo qualche vandalo, che ha aggiunto devastazione a devastazione. All’interno di questo
rudere non recintato e pericolante, si possono scorgere le tracce di qualche bravata da ragazzi: graffiti, bottiglie rotte di birra, tracce di falò. Tutto a portata di turista. Basta seguire il sentiero che parte dal centro del paese, e il degrado si può toccare con mano. Si inizia con i resti di un’auto bruciata subito dopo quel che resta del cancello d’ingresso. Non c’è nessuna recinzione: nell’edificio sarebbe vietato entrare - o almeno così dice un cartello - ma è così facile che la tentazione è quasi irresistibile. E quindi ecco quello che doveva essere il soggiorno, con lo scheletro del televisore; la camera da letto, con i vestiti ancora nell’armadio, l’ossatura dei letti; il bagno con i sanitari divelti; le scale che portavano al fanale crollate.
Quello che successe quel novembre 1987 non è mai stato chiarito. Per fortuna il faro quel giorno era disabitato. Nell’esplosione perse la vita uno dei due attentatori svizzeri. L’altro, fermato, riuscì a far perdere presto le proprie tracce. Un attentato ordinato dal colonnello Gheddafi che in quel periodo reclamava le Tremiti, o la mossa di servizi segreti esteri in funzione anti-libica come sostiene l’attuale sindaco Giuseppe Calabrese? Un mistero di cui si è persa traccia e memoria. Intanto, senza che nessuna indicazione ricordi l'accaduto, a San Domino nel pieno della stagione turistica, il degrado del faro fa bella mostra di sé. «Noi non possiamo metterci mano - sostiene Calabrese - la proprietà è del demanio e stiamo trattando per entrare in possesso sia del faro di San Domino che di quello di Capraia. La nostra idea sarebbe quella di farne la sede di un centro di ricerca di biologia marina del Mediterraneo. Magari coinvolgendo anche la Libia».
Luca Barbieri