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TREMITI AL CONFINO: LA RIVOLTA DEL SALUTO ROMANO
di Staniscia Pio Luigi
24/05/11

La storia del confino tremitese nei ricordi di uno dei fondatori del FAI (Federazione Anarchica italiana), Alfonso Failla, confinato alle Tremiti in epoca fascista.

“Nel 1937 la guerra di Spagna aveva moltiplicato il numero degli antifascisti attivi. L’isola di Tremiti, che allora ospitava ancora una colonia di confinati comuni, veniva riaperta ai politici. Dall’isola di Ponza, in Luglio, un gruppo di confinati sospettati di mantenere relazioni clandestine in Italia e all’estero tramite cittadini ponzesi, furono trasferiti a Tremiti.

L’isola adriatica era piena di ricordi cari, specie agli anarchici. Tra gli abitanti era vivo l’eroico comportamento del compagno Argante Salucci di Santa Croce sull’Arno che nel 1898 era stato assassinato dalle guardie Alfonso Failla con la madre, al confino di Tremiticarcerarie, allora adibite alla sorveglianza dei coatti politici, per essersi ribellato alle loro imposizioni. Una vecchietta isolana di origine umbra, la «Regina», volle regalarci alcune nostre vecchie stampe, come La conquista del pane di Kropotkin, che lei aveva avuto dai nostri compagni che erano stati al domicilio coatto nel 1894 e nel ’98 e dei quali serbava, insieme ai vecchi isolani, vivo e rispettoso ricordo.

A Tremiti erano arrivati ottimi e combattivi compagni che, come Stefano Vatteroni, compagno di processo di Gino Lucetti e Bernardo Melacci di Foiana della Chiana, erano stati da poco dimessi dal carcere dopo avere scontato lunghi anni ed inviati direttamente al confino invece che in libertà come era già accaduto a Paolo Schicchi e Filippo Gramignano. Grande fu il nostro sdegno quando dopo alcuni giorni dal nostro arrivo leggemmo, affissa alle porte dei cameroni, una ordinanza, che imponeva a tutti i confinati l’obbligo del saluto romano «durante gli appelli, quando si entrava negli uffici e tutte le volte che si incontravano persone rivestite di autorità». Non era la prima volta che in carcere e al confino avevamo dovuto affrontare simile oltraggiosa pretesa degli aguzzini fascisti, in camicia nera o no. Nell’isola di Lampedusa il compagno Rossi di Roma si era persino buscato una pugnalata. Tutte le volte, però, la resistenza decisa dei confinati e dei carcerati politici aveva vinto.


Credeva davvero il signor Fusco, commissario di polizia e direttore della colonia di Tremiti, di riuscire a piegare i veterani delle carceri e delle isole? Erano ordini venuti direttamente da Mussolini per avviare il sistema di vita al confino sul modello dei campi di concentramento tedeschi? Oppure, come si diceva nell’isola, il direttore succube dei capricci della moglie e della figlia, voleva guadagnare prestigio pubblico e privato emettendo «grida» di manzoniana memoria?

Il “fosso”

Era fresco l’episodio di Ustica.
In quell’isola, allora destinata ai confinati comuni, erano stati condotti mesi prima Vincenzo Capuana, anarchico spezzino e Menghestù, un giovane antifascista eritreo studente di ingegneria a Roma. Vi avevano incontrato il compagno Antonio Sicilia di Agrigento.
La Direzione di Ustica non tollerava che Sicilia rifiutasse di fare il saluto romano come i confinati comuni e perciò lo condannava a lunghissimi periodi di permanenza al «Fosso», una cella sotterranea di dolorosa memoria per quanti soggiornarono in quell’isola. Ma Antonio Sicilia teneva duro, come fece fino alla fine, con grave e irreparabile danno della sua salute. All’arrivo di Capuana e Menghestù, Sicilia non fu più solo a rifiutare di salutare fascisticamente ma dopo alcuni mesi di sacrifici Capuana e Menghestù vennero trasferiti a Tremiti.


Qui noi politici eravamo già oltre cinquecento tra antifascisti generici che la guerra di Spagna aveva entusiasmato alla resistenza al fascismo, soprattutto giovanissimi, e veterani delle carceri e delle isole, anarchici, comunisti, socialisti, repubblicani, giellisti, ecc.


La sera dell’affissione dell’ordinanza si discusse animatamente in tutti i dormitori, i Confinati anarchicivari gruppi politici decisero unanimemente di respingere l’imposizione e furono esaminate le possibilità di fuga dall’isola in sede di comitato ristretto di azione. Il piroscafo che collegava l’isola alla terraferma, proveniente da Manfredonia, gettava l’ancora nella rada non essendoci porto a Tremiti. Nell’isoletta di Capraia del gruppo di Tremiti c’era una stazione radio della Marina da Guerra perciò si scartò l’idea di impossessarsi del piroscafo e di fuggire in massa e si decise la resistenza ad oltranza.

L’indomani all’appello delle ore 9 che coincideva con la distribuzione della «mazzetta» – come era chiamato il sussidio giornaliero di lire 5 – accaddero i primi e più gravi incidenti. La guardia Varia, addetta alla chiamata, mal sopportava che i confinati rispondessero solo «presente» come al solito. Così ad un certo momento, innervosito, scese dal tavolo da cui faceva l’appello, afferrò il confinato Andrini, che alla sua ingiunzione aveva sarcasticamente risposto nel nativo dialetto lombardo di non sapere salutare «romanamente», e cercò di condurlo in camera di sicurezza per intimorire gli altri confinati. Anzi ci mise tanto zelo che cominciò ad alzare le mani sull’Andrini: fu la goccia che fece traboccare il vaso. Dopo l’oltraggio morale, del tentativo di mortificarci nei nostri sentimenti, anche la violenza fisica! Per primo fu il nostro caro e compianto compagno Bernardo Melacci a lanciarsi in difesa di Andrini, gli agenti presenti intervennero a dare man forte al loro collega e la mischia divenne generale. In pochi momenti il grande piazzale prospiciente la Direzione del confino di Tremiti diventò campo di battaglia; da una parte carabinieri e agenti correvano ad allinearsi caoticamente per fronteggiare i confinati dei quali alcuni gruppi avevano bloccato la casermetta dove si sapeva essere depositate armi leggere, casse di bombe a mano e alcune mitragliatrici. In linea di massima i confinati controllavano la situazione. Il direttore Fusco non aveva certamente previsto gli effetti della sua provocazione perché quando scese in piazza dai suoi uffici era in preda ad orgasmo e non sapeva fare altro che implorare la calma.

Quotidiane provocazioni

A complicare la situazione un gruppo di confinati fascisti e provocatori comparve al fianco degli agenti. Ne presero da ricordarsene per l’eternità; uno di essi, certo Evangelisti, stava in aria in posizione orizzontale senza un punto fisso di appoggio. Essi con le loro quotidiane provocazioni rendevano più amaro il nostro soggiorno nell’isola e quel giorno raccolsero ciò che avevano seminato. Dopo qualche ora di colluttazione fummo invitati a ritirarci nei cameroni con la promessa che non ci sarebbero state rappresaglie. Invece tanto più avevano tremato durante la mischia, i provocatori della sommossa, più cattivi furono nella repressione.


A varie riprese un centinaio di confinati vennero arrestati e nei giorni seguenti furono condotti nelle carceri di Foggia e di Lucera.
L’ordinanza non venne ritirata e la polizia organizzò squadre, armate di nervi di bue, per terrorizzare i recalcitranti. Come in tutti gli agglomerati umani una parte cedette e accettò la vergogna di salutare gli aguzzini, e per giunta col gesto degli schiavi. Dopo la partenza degli arrestati denunziati per incitamento alla resistenza e ribellione, a non salutare romanamente restammo un centinaio. Ebbe inizio così un lungo periodo di resistenza passiva dopo l’opposizione violenta della sommossa. La tattica che porta il nome di Gandhi è stata largamente usata alternativamente nelle lotte dell’antifascismo. La ribellione violenta può essere causata dallo sdegno per la provocazione immediata ma l’opposizione continuata richiede forza morale indubbiamente superiore.


Anche la Direzione cambiò tattica. Non appena un confinato rifiutava di fare il saluto romano veniva rinchiuso insieme agli altri resistenti in cameroni isolati dal resto degli obbedienti e deferito al Consiglio di disciplina, dopo che un pretore di Manfredonia mandò assolti a Tremiti i primi confinati che gli furono mandati in stato di arresto con l’imputazione di «rifiuto a un ordine della Direzione». Quel coraggioso Alfonso Faillapretore sentenziò che non si poteva imporre ai confinati atti che ripugnavano alle loro coscienze. In pratica però la situazione nostra peggiorò perché la Direzione dapprima ci consegnava per 10 giorni dopo ci mandava, a gruppi, a scontare mesi di isolamento nelle varie carceri senza più disturbare la magistratura. Di tanto in tanto alcuni venivano trasferiti nelle altre isole dove non esisteva l’obbligo del saluto romano mentre a qualcuno che aveva già terminato il periodo di confino fu regalato un supplemento di anni di permanenza nelle isole senza averlo fatto passare davanti ad alcuna commissione provinciale per il confino.

Per vincere la resistenza di quel forte gruppo di valorosi si negò loro perfino la razione di acqua potabile. Il comunista Ferrari di Reggio Emilia ammalatosi di tifo, condotto all’ospedale di Foggia morì in corsia dopo alcuni giorni dall’arrivo senza essere stato nemmeno visitato. L’anarchico veneto Ferdinando Perencin ammalato di gravissima forma di ulcera gastrica segnò in quell’agitazione, con la sua resistenza, la sua condanna ad una morte prematura. Per circa due anni restarono in una dozzina a fare la spola tra le carceri della provincia di Foggia e l’isola di Tremiti.

Vitto ridotto per inasprire la punizione

In carcere venivano inviati in punizione amministrativa ordinata dalla Direzione del confino per periodi fino a tre mesi durante i quali il vitto, già scarsissimo per il carcerato di allora, veniva maggiormente ridotto per inasprire la punizione. Debilitati nel fisico ma inflessibili nel morale i componenti di quella pattuglia appena sbarcati a Tremiti ogni volta che tornavano dal carcere, invitati a salutare romanamente tornavano a rifiutarsi e venivano ricondotti nuovamente in carcere. Un giorno però la solita scorta di carabinieri sbarcò a Tremiti l’anarchico tarantino Giuseppe Messinese, confinato fin dal 1926. Siccome era ammalato di tbc e arrivò febbricitante venne condotto direttamente all’infermeria dell’isola. Il direttore Fusco andò a trovarlo subito come faceva ad ogni arrivo da quando aveva emessa l’ordinanza del saluto. Dopo alcuni ipocriti convenevoli pretese che Messinese si alzasse dalla branda e lo salutasse romanamente. Ne ricevette schiaffi sul viso di aguzzino ed una mezza persiana sulle spalle.

La resistenza del gruppo dei dodici durata due anni aveva reso impopolare il commissario Fusco anche tra gli isolani di Tremiti che gli avevano detto: «Se tra i politici che oggi sono confinati a Tremiti ci sono dei compagni di Argante Salucci non li sottometterete».


La lezione inflittagli dal compagno Messinese lo mise in condizioni di non comparire più in pubblico. Così venne trasferito mentre Messinese fu deferito in stato di arresto al Tribunale e condannato a due anni di carcere. Il gruppetto di valorosi tra i quali ricordo i compagni Antonio Vari e Olivieri, romani, venne trasferito a Ventotene dove non si parlava di saluto romano. A Roma dovettero tirare le conclusioni e, al posto di Fusco, a Tremiti fu mandato a dirigere la Colonia il commissario Coviello che altre macchinazioni governative aveva eseguite contro i confinati a Ponza negli anni precedenti.

Nello stesso tempo, agosto 1939, un forte gruppo di confinati fummo da Ponza e Ventotene di nuovo trasferiti a Tremiti. Qui arrivati, davanti al piazzale che guarda le spiagge adriatiche e la Majella, il signor Coviello ad uno dei nuovi arrivati che due anni prima, proprio nei giorni che fu emessa l’ordinanza del saluto romano doveva essere liberato dal confino dopo avere scontati sette anni e aveva avuto altri due anni per il rifiuto di salutare romanamente, disse: «Allora questa volta si va a casa, basta non continuare a rifiutarsi di fare il saluto». Ebbe la risposta che meritava.


Da vecchio poliziotto capì che con i nuovi arrivati, in gran parte ospiti di Tremiti di due anni prima, e trasferiti altrove per la questione dell’ordinanza non c’era da aspettarsi tentennamenti. E replicò: «Andate a dire ai vostri compagni che per il saluto romano non sarete più disturbati». E da allora, 1939, alla fine del confino, agosto 1943, non ci furono più imposizioni del genere. “

E questo fu l’unico caso in Italia, qui alle Tremiti, in cui i governanti fascisti non riuscirono a imporre il saluto romano, obbligatorio in quegli anni su tutta la penisola.

   
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