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Incontro con Gaetano Carducci
di Anna Di Pardo
15/07/07

Incontro con il tempo, nel totale rispetto della storia. Sono ancora tremante, non mi vergogno a dirlo. Non si fanno domande ad un possessore di questa immensa ricchezza, si ascolta e non ci si può che sentire microscopici. Questo mi è accaduto martedì scorso di fronte all’autorevolezza, al cuore/scrigno colmo di Gaetano Carducciun’epoca di Gaetano Carducci. Passo alle verità del contenuto di questo indimenticabile incontro. “Provengo da una famiglia di agricoltori, io ero l’unico che voleva fare l’impiegato e studiare, ci riuscii. Finii in archivio come io desideravo, presi servizio il 1 febbraio del 1929. Il direttore della colonia era entusiasta perchè sapevo scrivere perfettamente il gotico ed il corsivo inglese e mi mise subito a lavoro facendomi scrivere 800 cartelle dei confinati. La vita nella colonia sotto certi aspetti era più ordinata di adesso, le persone che erano confinate a Tremiti (domicilio coatto) da prima furono i cosìdetti “comuni” cioè quelli che avevano commesso furti, rapine ed altro dopodichè arrivarono i confinati politici (confino di polizia) gli antifascisti. Ricordo alcuni; Sandro Pertini rimase qui per 3 giorni, io personalmente gli diedi la carta di permanenza, (come a tutti del resto) era un documento che veniva consegnato ai deportati appena giunti sulle isole, al suo interno era riportato il regolamento di comportamento da rispettare all’interno della colonia. Pertni arrivò a Tremiti nel 1939 da Ponza, chiese subito il trasferimento perchè reclamò che il clima isolano non era adatto a lui essendo tubercolotico. Ricordo l’On. Finzi all’epoca Ministro fascista dell’Agricoltura, l’On. Martire anche lui Ministro in quei tempi e proprio a lui chiesi il motivo del suo confino e mi raccontò di una battuta fatta a Ciano appena ritornato dall’Albania dove ci furono disordini dopo la sua partenza, gli disse “Tu porti scarogna” , Ciano lo riferì a Mussolini e l’on. Martire fù mandato a Tremiti. Inoltre ricordo un’avvenimento particolare che mi fece capire che per una qualsiasi sciocchezza anche uno sbaglio nelle parole si finiva in confino: il sindaco di una cittadina siciliana arrivò qui, come di consueto gli consegnai la carta di permanenza, lui mi guardò e mi disse “Non sò perchè sono stato deportato”, io a quel punto gli chiesi cosa fosse successo e lui disse: “Venne il Duce in visita nel nostro paese, ad un certo punto si rivolse da un poliziotto e gli disse: “Mi raccomando tieni d’occhio le nostre macchine.” Allora io mi girai ed esclamai in senso buono e scherzoso (trovandosi tra l’altro in Sicilia dove c’era la mafia): “Non si preoccupi Duce! A Roma comanda lei....qui comando io”, ma il Mussolini rispose “No, si sbaglia, anche qui comando io” e dopo qualche giorno fui allontanato dalla mia città e mandato qui. Particolari che l’egregio signor Carducci mi ha raccontato con estrema lucidità, in cui dominava la memoria storica indelebile di un uomo che ha vissuto in prima persona gli eventi del tempo... scusatemi, continuiamo. “ Ho ricoperto tanti ruoli da impigato archivista a segretario politico. Nel 1940 fui richiamato alle armi ero già Ufficiale della gioventù italiana del Littorio, ma ebbi una brutta broncopolmonite e mi rispedirono a casa in convalescenza, proprio in quel periodo scoppiò la guerra ed io divenni segretario del Fascio sulle isole dopo essere stato anche segretario amministrativo. Ricordo tanti episodi significativi di quel tempo. Fu deportato un certo Abbiati con la sua famiglia, aveva 3 figli maschi tra cui un bimbo di 10 anni che frequentava la scuola. Il piccolo faceva l’anti-balilla, nel momento in cui si doveva cantare l’inno facsista lui si rifiutava, così il maestro lo metteva in castigo. Io venni a sapere questo fatto, al tempo le autorità politiche avevano una certa influenza sulle istituzioni di un paese tra cui anche sulla scuola, allora andai dal maestro e gli chiesi “Abbiati che fà” ed il maestro mi raccontò il fatto, io gli risposi “Scusate ma tutti i giorni si canta questa canzone e lei tutti i giorni mette in castigo questo bambino”? “Quando è l’ora dell’inno lo mandi a spasso, lo faccia uscire fuori non lo metta in punizione davanti ai suoi compagni di classe”. Così fece. Questo ragazzo venne a trovarmi a Tremiti aveva 60 anni ma sfortunatamente non mi trovò. Lasciò comunque un libro al tabacchi di San Nicola che io lessi e scopriii che lui aveva raccontato questo episodio. Alla fine della guerra i deportati attendevano ordini di libertà, l’isola era completamente abbandonata, non funzionavano i mezzi di corrispondenza, telegrafo e posta, non c’erano mezzi di trasporto marittimo, le navi che arrivavano da Manfredonia erano state tutte mobilitate per la guerra. Il Direttore della Colonia, non sapeva come comportarsi, finalmente giunse l’ordine di liberare i prigionieri, la maggior parte andarono via con barche di privati prese a noleggio e si fecero portare in continente divisi in gruppi. Rimasero solo 2 persone un uomo, un certo Ialdas ed una ragazza di 23 anni di Trieste di cui mi sfugge il nome. Il Commissario Prefettizio mi disse che volevano essere aggregati al presidio ed io diedi disposizioni di dargli una branda e così fece. Non sapevamo assolutamente perchè fossero rimasti, lo scoprimmo nel momento in cui arrivò a Tremiti un capitano dell’esercito americano, 3 sergenti ed alcuni soldati della truppa alleata che chiesero di requisire una stanza dove poter impiantare il comando, io gli diedi la sede del Fascio, oramai non ero più fascista! Dopo qualche ora si presentarono i due e riferirono diverse cose agli americani, subito dopo presero un’imbarcazione ed andarono via. All’indomani furono arrestati il Direttore della Colonia ed estromisero dalla carica il Commissario Prefettizio, al suo posto ci misero un tenente dell’esercito. Io come segretario del Fascio carica direttamente interessata, non ebbi nessun provvedimento. A dir la verità rimasi offeso ed andai dal tenente chiedendo spiegazioni ma lui non mi disse nulla. Dopo qualche giorno venne da me il tenente (con cui strinsi amicizia) e mi disse “ Gaetà siamo stati invitati a cena dal comando alleato” io lo guardai incredulo e gli dissi “E’ impossibile, stai scherzando, capisco un invito rivolto a te che sei il nuovo Commissario Prefettizio, ma io cosa c’entro” lui immediatamente disse “Senti tu sei Gaetano Carducci” ? Si” dissi “ed allora questi sono gli ordini, proprio tu sei stato invitato”. Non riuscivo a crederci, queste cene si ripetettero per 10 - 12 volte ed io fui sempre invitato. Pensai e ripensai per lungo tempo a questa cosa e capii il motivo, ripensai a tutti i favori che feci ai confinati e mi venne in mente quella ragazza di Trieste citata prima. Durante il confino politico un certo Schimenti anch’esso confinato antifascista faceva la spia ai suoi compagni e veniva a riferirmi tutti i loro movimenti. Mi raccontava che si riunivano in un capannone e la ragazza si ricopriva il capo con un fazzoletto rosso, sinceramente Schimenti lo avrei preso volentieri a calci ma con una certa diplomazia lo ascoltai e gli dissi sempre “Schimenti lascia perdere, ti ammiro per il tuo pentimento, ma loro sono al confino politico e devono fare i politici antifascisti”. Loro sapevano che lui era una spia e che veniva a raccontarmi tutto e sapevano anche che io non dicevo nulla alla polizia. Un giorno però Schimenti andò lui stesso dalla polizia, fortunatamente non disse che io sapevo, ma si limitò a raccontare della ragazza e fù arrestata. Appena cadde il Fascismo dopo qualche settimana dalle spiate, la ragazza fu liberata ed aspettò, come ho detto prima, l’arrivo degli alleati. Non sentimmo molto la guerra sulle isole. Non ci furono attacchi o quant’altro, principalmente perchè il mare più interessato ai combattimenti era il Mediterraneo, la sentimmo solo perchè vennero a mancare dei giovani delle isole tra cui mio fratello che morì durante i conflitti. Alla fine di tutti i fatti bellicosi, con la dismessa della colonia mi consegnarono gli atti rimasti della stessa, scritti interamente da me, alcuni dei quali gli alleati mi ordinarono di bruciarli ed io fui costretto ad eseguire; quelli rimasti li posseggo nel mio archivio storico che ho sulle isole. Tremiti corse anche il rischio di ridiventare confino. I commercianti vennero diverse volte da me a rivendicare la colonia, per un chiaro motivo; i confinati erano liberi sulle isole, tutto ruotava attorno a loro; il mercato, i ristoranti, la vendita di qualsiasi oggetto e bene primario, ma io personalmente mi opposi. Subito dopo si decise di impiantare il Comune sotto la guida di Franceschelli fautore dello stesso a cui affidarono la costituzione e la gestione del Municipio, a me venne dato il compito di scrivere interamente a mano i primi regolamenti. Questo è l’inizio del Comune che ancora oggi esiste. Vorrei in fine sottolineare un’aspetto importante sulle nostre origini. I tremitesi di oggi provengono certamente dai deportati, dei quali alcuni arrivarono sulle isole con le famiglie ed altri si sposarono con le donne del posto o ragazze che con i loro genitori venivano a commerciare merci di vario genere. Il mio bisnonno Carducci Nicola fù un deportato che si sposò con una ragazza di Rodi Garganico Vizzi Cesaria...Signorina avrei tante cose ancora da raccontarle ma ora devo dedicare il mio tempo anche ad altro, venga a trovarmi quando vuole".

   
   
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